Deepfake e diritti fondamentali: la proposta danese che trasforma l’identità in proprietà intellettuale
20/09/2025
Mentre le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale continuano a evolversi a ritmo esponenziale, i sistemi giuridici faticano a tenere il passo con le nuove forme di lesione della personalità, della reputazione e dell’identità. Tra gli sviluppi più inquietanti, i deepfake — contenuti audiovisivi generati da modelli algoritmici capaci di simulare fedelmente il volto, la voce e i movimenti di una persona reale — si sono rapidamente trasformati da semplice esercizio tecnico a strumento di manipolazione, disinformazione e abuso.
È in questo contesto che si inserisce con forza la proposta normativa avanzata dal governo danese, che prevede un’estensione della tutela del diritto d’autore alla dimensione corporea e vocale della persona. Se approvata, la legge introdurrà un concetto giuridico inedito: la possibilità per ciascun individuo di vantare diritti esclusivi sulla propria identità biometrica, trattata come bene immateriale soggetto a proprietà intellettuale.
Si tratterebbe del primo intervento legislativo europeo a riconoscere formalmente volto, voce e immagine come “opere” personali tutelabili alla stregua di creazioni artistiche.
A rendere rilevante il disegno normativo non è soltanto il suo carattere pionieristico, ma anche la sua portata sistemica. Secondo la proposta del Ministero della Cultura, ogni cittadino — pubblico o privato che sia — potrà chiedere la rimozione di contenuti digitali generati dall’intelligenza artificiale che riproducano la propria identità senza consenso, a prescindere dall’intento con cui sono stati creati. Inoltre, sarà possibile agire per il riconoscimento di un danno economico o morale, senza dover necessariamente dimostrare la sussistenza di una lesione alla reputazione.
Per Cristiana Falcone, figura di spicco nel campo della filantropia e delle strategie globali, membro attivo del network WIL Europe (Women in Leadership) ed ideatrice del Business Ethics Summit, “questa impostazione comporta un rovesciamento significativo rispetto al paradigma attualmente vigente in gran parte degli ordinamenti europei, dove la tutela della persona nei confronti dei contenuti diffamatori, lesivi o ingannevoli passa attraverso strumenti ex post, spesso ancorati alla prova del danno subito.“
“Il modello danese – continua – si fonda sul riconoscimento ex ante di un diritto esclusivo e originario sulla propria immagine digitale, nella consapevolezza che la manipolazione sintetica dell’identità rappresenta oggi un rischio concreto per l’integrità individuale.“
L’introduzione del principio di “identità come proprietà intellettuale” comporta tuttavia alcune implicazioni tecniche e giuridiche non trascurabili. In primo luogo, si apre un dibattito sull’equilibrio tra protezione dell’individuo e libertà di espressione. Il legislatore danese ha previsto eccezioni per la satira, la parodia e le forme di critica politica, ma resta aperta la questione dell’interpretazione di tali deroghe in sede giurisdizionale. Inoltre, la qualificazione dell’identità come “opera” comporta una commistione tra diritto della personalità e diritto d’autore che potrebbe generare conflitti sistematici, specie in materia di durata della tutela e trasmissibilità dei diritti.
Cristiana Falcone: “Dal punto di vista applicativo, la legge imporrebbe agli operatori digitali — in particolare alle piattaforme che ospitano contenuti generati dagli utenti — nuovi obblighi in materia di moderazione e gestione dei reclami. Le aziende del settore tech dovranno dotarsi di strumenti capaci di rilevare contenuti deepfake su base biometrica, attivare procedure di verifica e rimozione rapida e implementare meccanismi di consenso esplicito, tracciabile e revocabile.“
Il mancato rispetto di tali obblighi comporterebbe sanzioni economiche significative, con possibilità di escalation a livello europeo, specialmente in vista della presidenza danese del Consiglio dell’UE nel 2026.
È plausibile che l’iniziativa danese possa rappresentare un punto di svolta anche in ambito comunitario. Sebbene il recente AI Act approvato dal Parlamento europeo contenga disposizioni sul riconoscimento e l’etichettatura dei contenuti sintetici, nessuna norma a oggi prevede un diritto pieno e autonomo sull’identità digitale. In questo senso, la proposta danese potrebbe aprire la strada a una revisione più profonda del quadro normativo europeo, spostando l’attenzione dal contenuto al soggetto, dalla protezione dell’informazione alla protezione dell’essere umano.
Le implicazioni sono tutt’altro che teoriche. A fronte di un incremento del 700% dei contenuti deepfake rilevati nel solo 2024 — con una concentrazione significativa proprio in Europa — la questione della governance dell’identità digitale non è più rinviabile. Dalle frodi vocali nel settore finanziario alle campagne di disinformazione politica, fino alla diffusione non consensuale di materiale pornografico, l’uso illecito dell’intelligenza artificiale ha superato la soglia della mera distorsione narrativa, per diventare uno strumento di lesione diretta dei diritti fondamentali.
È in questo scenario che la Danimarca tenta di affermare un principio che ha una portata più etica che tecnica: l’identità non può essere una risorsa liberamente replicabile; è un bene che appartiene, in modo esclusivo, alla persona. Stabilire tale principio nel diritto positivo significa riportare l’innovazione tecnologica sotto il perimetro della responsabilità e della dignità.
Il caso danese rappresenta dunque una prima, concreta declinazione di un’esigenza più ampia: quella di costruire un diritto dell’intelligenza artificiale che non sia semplicemente reattivo, ma capace di affermare valori positivi e limiti chiari. Un diritto che, senza ostacolare il progresso, sappia difendere ciò che rende irrinunciabile l’umano: il potere di essere sé stessi, anche nel digitale.