Hikikomori: chi sono e cosa fanno gli adolescenti “reclusi”

L’avvento della tecnologia, per quanto positivo sotto tanti punti di vista, nasconde lati, a volte, negativi, e alcune tendenze sono evidenti soprattutto tra i più giovani, in Italia come nel resto del mondo. Bambini che preferiscono restare attaccati al cellulare piuttosto che andare a correre al parco, adolescenti che non escono o dialogano in gruppo perché troppo presi dai social. Nei casi più gravi, si parla di Hikikomori, che letteralmente significa “stare in disparte, isolarsi”. Questo termine, di origine giapponese, è stato coniato dallo psichiatra Tamaki Saitō che si rese conto del numero via via crescente di giovani che tendevano ad isolarsi e a ritirarsi dalla vita sociale. L’autoesclusione, il ritiro, la “reclusione”, rappresentano la fase più grave di dipendenza dalla tecnologia, poiché i ragazzi trovano nei loro computer un rifugio dal mondo esterno, e vivono soltanto di quello.

In Giappone la patologia ha iniziato a diffondersi negli anni ’80, per poi crescere in maniera esponenziale. Non è facile dare una stima corretta del numero di giovani affetti da questa patologia poiché le famiglie sono reticenti a denunciare il fatto, ma nel frattempo il fenomeno si è diffuso anche nel mondo occidentale. Marco Crepaldi, fondatore di “Hikikomori Italia” (prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema dell’isolamento sociale volontario), basandosi sulle stime fatte dagli psicologi, ha affermato che in Italia nel 2018 erano circa centomila i ragazzi che vivevano reclusi in casa, senza mai uscire dalle proprie stanze. Questi giovani si sentono inadeguati verso il mondo che li circonda, e trovano un luogo sicuro solo nella loro stanza giocando ai videogame o vagando su internet.

Non un semplice problema adolescenziale, dunque, ma una vera e propria sindrome, da curare in maniera specifica, grazie anche a centri che aiutano i giovani a tornare alla loro vita vera. Non è un compito facile scovarli e aiutarli a guarire, ma la prima regola è non sottovalutare la situazione. La famiglia è la prima a dover intervenire, ma con moderazione, ascoltando il giovane, non privandolo del computer, unica fonte di comunicazione verso il mondo esterno, ed evitando reazioni eccessive e violente. Uno degli ultimi casi di cronaca risale al giugno 2019: a Mirafiori, un quartiere di Torino, un diciannovenne si è buttato dal quinto piano dopo l’ennesima lite con la madre che gli aveva strappato la tastiera del pc dalle mani. Chi è affetto dalla sindrome Hikikomori ha un comportamento irrazionale, imprevedibile, che non può essere risolto con l’imposizione o con la privazione della fonte primaria del problema. C’è un forte sentimento di vergogna verso sé stessi, che porta a credere di essere inadeguati a vivere nel mondo esterno.

L’associazione Hikikomori Italia sostiene che la dipendenza dal web non è una causa, bensì una diretta conseguenza dell’isolamento, poiché è l’unico contatto con il mondo che gli resta. Mentre, secondo numerosi esperti, le cause primarie sono: la mancanza dei genitori che lasciano i propri figli in balia di videogiochi e computer fin da piccoli, ritrovandosi poi adolescenti, senza ulteriori interessi a parte il mondo dei videogames; il bullismo, che porta i giovani più colpiti a rinchiudersi in sé stessi, sentendosi “sbagliati”; i grandi cambiamenti, che negli adolescenti generano dei forti traumi che possono portare a questo comportamento.

Il consiglio che viene dato è quello di controllare sempre i propri figli, non permettergli di stanziarsi ore e ore davanti ai videogiochi e cercare in qualche modo di fargli fare attività all’aria aperta, di conoscere gente e così via. Se si argina il problema alla radice la patologia non avrà possibilità di crescere e diffondersi.

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