Il flop della mega class action contro Google in Inghilterra

Il flop della mega class action contro Google in Inghilterra

Non è la prima volta che Google finisce nei tribunali, ma stavolta sembra essere riuscito ad avere la meglio. A differenza della multa salatissima che dovrà pagare per aver adottato una condotta di concorrenza sleale nel suo servizio di e-commerce, questa volta il colosso di Mountain View è riuscito ad uscire “indenne” dalle accuse di violazione della privacy. 

Mercoledì 10 novembre, la Corte Suprema del Regno Unito ha bloccato una class action da 4,3 miliardi di dollari pianificata contro Google, secondo cui quest’ultimo avrebbe raccolto illegalmente i dati di oltre 4 milioni di utenti iPhone tra il 2011 e il 2012 nel Regno Unito. L’azione collettiva è stata organizzata e guidata da Richard Lloyd, attivista per i diritti dei consumatori, che ha rivolto a Google l’accusa di aver violato il Data Protection Act del Regno Unito, prelevando informazioni personali di migliaia e migliaia di utenti senza avere il loro consenso. Infatti Lloyd, sostenuto da un finanziatore di contenziosi commerciali, sostiene che Google si sia impossessato segretamente di più di 5 milioni di dati personali degli utilizzatori di iPhone, tra il 2011 e il 2012, scavalcando le impostazioni di privacy predefinite sul browser Safari dei dispositivi Apple, con l’intento di osservare e registrare le cronologie di navigazione su Internet ed utilizzarle, successivamente, per scopi commerciali. Per tale motivo, è stato richiesto un risarcimento danni di 500 sterline per ciascun utente interessato ed appartenente alla class action. 

La denuncia è stata presentata per la prima volta a novembre del 2017 ed ha rappresentato la prima azione collettiva nel Regno Unito contro un’azienda tecnologica per un presunto abuso di dati. Ad oggi, nel novembre 2021, la Corte Suprema ha bloccato tale accusa legale sostenendo che non c’era modo di dimostrare che gli individui coinvolti avessero realmente “sofferto alcun danno materiale o angoscia”. In seguito alla pronuncia della sentenza, Lloyd ha dichiarato: “Siamo amaramente delusi dal fatto che la Corte Suprema non sia riuscita a fare abbastanza per proteggere il pubblico da Google e da altre grandi aziende tecnologiche che infrangono la legge” aggiungendo Se ci sono poche conseguenze per l’abuso dei nostri dati personali, allora c’è poco incentivo per aziende come Google a proteggere i consumatori”. 

Anche Kate Scott, partner dello studio legale Clifford Chance, si è espresso in merito alla sentenza affermando: “La Corte Suprema ha riconosciuto che la ‘perdita di controllo’ dei dati personali di un individuo non è, di per sé, sufficiente per avviare un’azione collettiva di risarcimento” facendo anche intendere che la battaglia continuerà, seppur in modo diverso.