Leggi questo dossier prima di cancellare notizie da Google

Leggi questo dossier prima di cancellare notizie da Google

18/11/2021 0 By Redazione

Il Dossier di Google sulla trasparenza (Dossier Google Transparency Report) inerisce al tema della condivisione di dati al fine di rilevare come le norme e gli interventi del governo e delle società influiscano su privacy e sicurezza dei dati nonché sull’accesso agli stessi. In forza del diritto all’oblio, le persone chiedono a Google di cancellare notizie dai risultati di ricerca, eliminare informazioni personali ai sensi delle leggi europee sulla protezione dei dati, far sparire pagine web dalle ricerche per il nome di una persona, perché magari contengono informazioni inesatte, obsolete o non più pertinenti. L’articolo che segue è stato scritto in collaborazione con Cyber Lex (https://cyberlex.net/ , tel. 0639754846 , email: info@cyberlex.net) , società di servizi per la reputazione online specializzata in attività di rimozione di informazioni dai motori di ricerca.

Una doverosa premessa: fu con la Sentenza Costeja che nacque il diritto all’oblio e si cancellarono le prime notizie da Google 

Preliminarmente appare necessario chiarire la posizione presa dalla Corte di Giustizia, con la sentenza Costeja, c.d. Google Spain, la quale ha rivoluzionato il modo di guardare al diritto all’oblio. La Corte di Giustizia si è pronunciata il 13 maggio 2014 con la sentenza n. 317 in seguito al ricorso di un cittadino spagnolo che aveva richiesto la rimozione, prima al gestore del sito e poi a Google, di alcuni dati personali pubblicati in poche righe del giornale “La Vanguardia Editiones SL” e da lui ritenuti non più attuali. L’equivalente spagnolo del nostro Garante per la protezione dei dati personali, aveva dunque intimato Google alla rimozione dei dati, ottenendo però un netto diniego da parte del motore di ricerca motivando la propria scelta tirando in gioco il diritto alla informazione pubblica ed alla libertà dei gestori internet. L’Autorità garante per la privacy spagnola, AEDP, ha statuito che i gestori dei motori di ricerca sono tenuti in ogni caso al rispetto della normativa in materia di protezione dei dati, poiché questi pongono in essere un trattamento di dati e sono comunque responsabili del trattamento, agendo “come intermediari della società dell’informazione”. La questione è stata sciolta dalla CGUE la quale si è pronunciata con la predetta sentenza sancendo riconoscendo il diritto all’oblio e sancendone l’importanza. Questo viene definito infatti come il diritto di un soggetto ad esigere la rimozione di informazioni e/o dati obsoleti, o che non sono più necessari per le finalità per le quali erano stati raccolti e trattati, ed ancora perché l’interessato ne ha ritirato il consenso.

Dunque a seguito della pronuncia i motori di ricerca hanno l’obbligo di rimuovere i risultati relativi alle query collegate al nome di un determinato soggetto che possa causare un danno all’immagine ed alla propria reputazione online. Prima di allora non era semplice cancellare notizie da Google.

Il report Google sulla cancellazione dei dati personali dal 2015 ad oggi

Google ha così l’obbligo di cancellare i link ad articoli o pagine che possano avere contenuti pregiudizievoli per l’interessato qualora i link in questione siano “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi”. Tutto ciò sempre tenendo conto del bilanciamento del diritto all’oblio vantato dall’interessato ed i fattori esterni tra cui il diritto all’informazione pubblica e l’interesse storiografico.

Ragionando in maniera statistica, è possibile attraverso il report sulla trasparenza avere un’idea sul quantitativo di richieste inoltrate a Google per la rimozione di contenuti ed URL recanti pregiudizio. Da gennaio 2015 a gennaio 2021 numericamente sono state registrate 1.144.032 richieste di rimozione comprendenti ben 4.437.057 di URL da eliminare. Dei 4.437.057 URL ne sono stati rimossi il 47,7 %, il dato è stato ottenuto includendo nel calcolo percentuale solo le richieste di URL revisionate e per la cui elaborazione non era necessario avere alcun tipo di integrazione. Nel report, sempre in virtù del principio di trasparenza, è possibile non solo vagliare il metro valutativo delle richieste di rimozione di URL pregiudizievoli ma anche alcuni dei fattori che spingono il motore di ricerca a rigettare le presenti istanze.

Per quanto riguarda la valutazione, Google asserisce che le richieste di rimozione di contenuti dal motore di ricerca e dalle query vengono valutate caso per caso; ciò comporta che il richiedente riceverà una email che lo informerà della decisione, motivando in caso di diniego. I motivi per cui Google potrebbe non rimuovere gli URL sono: l’esistenza di soluzioni alternative, motivi tecnici o anche ipotesi URL duplicati. Ancora, il Team Google potrebbe anche fondare il proprio provvedimento negatorio sulla base dell’interesse pubblico della notizia oggetto della richiesta. Determinarsi sul punto comporta la valutazione di altri fattori quali ad esempio se i contenuti sono relativi: alla vita professionale del richiedente, ad un crimine del passato, a una carica politica o a una posizione nella vita pubblica, se i contenuti sono stati creati autonomamente, se sono documenti pubblici o se sono di natura giornalistica.

Diritto all’oblio: categorizzazione dei richiedenti e dei contenuti

Google categorizza ogni richiesta di rimozione di dati personali che arriva al suo Team, al fine di tenerne traccia per la pubblicazione successiva nel Dossier sulla trasparenza. Nel periodo che va dal mese di gennaio 2016 si sono registrate circa l’89,4% di richieste da parte dei privati ed il restante sono stati categorizzati come “altro”. Allo stesso modo Google classifica i siti web che ospitano contenuti di cui è stata richiesta la rimozione. Sulla scorta delle richieste di rimozione di URL è stato calcolato, in termini di percentuale, che gli URL per cui è stata valutata la rimozione sono contenuti rispettivamente: 

– 52,7 % nella categoria “vari”;

– 18,6% nella categoria “notizie”;

– 13,7 % nella categoria “Directory”;

– 12,6% nella categoria “Social Media”.

Per tutti questi è stata fatta una ulteriore catalogazione, infatti Google ha smistato le varie richieste anche per motivo di rimozione, che di seguito vengono elencate:

– Informazioni insufficienti 24,8 %

– Nome non trovato 18,5 %;

– Informazioni professionali 16,8 %;

–  Vari 11 %;

–  Autoproduzione 6.6 %;

– Attività illegali 6,4%;

– Illeciti professionali 5,9%;

– Informazioni personali 4,1,%.

Ancora Google mette a disposizione esempi di richieste che ha ricevuto da individui con e relative determinazioni del motore di ricerca. Ed ancora viene riportato, sempre in punti percentuale, un elenco di domini da cui Google ha rimosso il maggior numero di URL. Al primo posto della classifica troviamo annuaire.118712.fr con ben 30.106 URL rimossi e 35.065 URL totali richiesti. Al secondo posto troviamo il noto social Facebook con 28.495 URL rimossi e 71.037 URL totali richiesti, e al terzo posto, sempre un social network ma stavolta è twitter.com con. 25.525 URL rimossi e 55.318 URL totali richiesti. 

Qui trovi il modulo Google per il diritto all’oblio.