Come cancellare notizie da internet in Tribunale

Come cancellare notizie da internet in Tribunale

17/12/2021 0 By Redazione

A partire dal 2016 ed ai sensi della legislazione europea, più comunemente conosciuta come GDPR, è possibile rimuovere contenuti da un sito web, al fine di tutelare la propria reputazione on line relativamente a link lesivi che compaiono in rete in associazione al proprio nome o ai propri dati, questo fenomeno viene chiamato propriamente indicizzazione. Nella specie l’indicizzazione avviene tramite la barra di ricerca, ossia l’utente cerca ad esempio Mario Rossi su Google e attraverso il nome e cognome risale a notizie che, per quanto vere, ledono la reputazione del Rossi. Così, chi vuole cancellare notizie da internet ed eliminare informazioni personali dai risultati di ricerca Google, si appella alle leggi europee sulla privacy per rivolgersi alle autorità competenti ed ottenere un provvedimento di rimozione dei link. L’articolo che segue è stato scritto in collaborazione con Cyber Lex (https://cyberlex.net/ , tel. 0639754846 , email: info@cyberlex.net), società di servizi per la reputazione online specializzata in attività di rimozione di informazioni dai motori di ricerca

Viene da sé, perché molti utenti decidano di affidarsi a professionisti del settore, e molto spesso a legali per ottenere la rimozione di siffatti articoli. Infatti su internet non è inconsueto che circolino contenuti diffamatori che mettono a rischio la reputazione di un soggetto, rischiando così di cagionargli un danno sia a livello professionale nonché personale. Per ragioni di privacy, la legislazione europea impone che sia lecito avere il diritto di richiedere la rimozione di determinate informazioni personali che ci riguardano, ed allo stesso modo che le nostre informazioni personali non siano più connesse rispetto ad un particolare fatto storico, questo fenomeno prende il nome di diritto all’oblio. Invero, il motore di ricerca Google, anche sensi della legislazione europea quale il GDPR, mette a disposizione un modulo idoneo affinché idoneo alla richiesta di rimozione delle informazioni personali dai risultati di ricerca, sia che si tratti di contenuti, quali immagini, video o notizie, o che si tratti di URL con la correlata indicizzazione del nostro nome.

Cassazione del 2021 sul diritto all’oblio – i fatti della causa

La sez. I della Cassazione civile con pronuncia nr. 20861 del 2021 è tornata a parlare di diritto all’oblio. Andando per gradi, R. B. agiva nei confronti di Google chiedendo l’accertamento del proprio diritto all’oblio inerente a tutti i risultati che comparivano digitando il proprio nome. Questi rilevava che le notizie che venivano mostrate tra i risultati, oltre ad essere molteplici, apparivano inadeguate ed eccessive in relazione allo scopo per i quali erano stati pubblicati. Google si costituiva in giudizio deducendo che le domande di parte attorea dovevano essere rigettate poiché la controparte non aveva indicato gli URL specifici dei contenuti di cui era stata domandata la rimozione ed dichiarava che le informazioni raggiungibili attraverso il motore di ricerca presentavano carattere di pubblica rilevanza tale da doversi ritenere non obsolete e dunque ancora attuali. In primo grado il Tribunale di Spoleto con pronuncia del 2016 accertava il diritto all’oblio vantato dall’attore R. B. adducendo a sostegno della propria tesi il fatto che l’istante non ricopriva alcun ruolo pubblico ed erano, tra l’altro, trascorsi numerosi anni dall’accaduto che lo vedeva coinvolto. A fronte di ciò ordinava a Google la rimozione di tutti i risultati che apparivano nelle query di ricerca una volta che veniva digitato il nome del prevenuto.

Il ricorso avverso la pronuncia di primo grado di Google

A fronte della decisione che vedeva accolta la domanda attorea di riconoscimento del diritto all’oblio, con conseguente cancellazione dalle query di ricerca Google di tutti i risultati comparsi con la digitazione del nominativo dell’istante, Google propone ricorso per Cassazione. Google propone a sostegno della propria pretesa, contraria a quella di R. B.,3 motivi così sintetizzati. In primo luogo, Google deduce una violazione e falsa applicazione ai sensi dell’art. dell’art. 15 dir. 2000/31/CE e dell’art. 17 d.lgs. n. 70/2003. In poche parole Google ritiene che il Giudice di prime cure abbia errato nell’applicare la legge, avendo disposto un’azione inibitoria generica, comportando in capo a Google un obbligo di ricerca attiva su tutti i contenuti risalenti al nome dell’interessato.

Con il secondo motivo di gravame, ancora, Google denuncia la falsa applicazione delle norme sulla privacy e del regolamento generale sulla protezione dei dati; anche in questo caso viene osservato, al pari del primo motivo, che il divieto di imporre al provider un obbligo di monitoraggio preventivo o di ricerca attiva dei contenuti da cancellare opera anche in materia di dati personali. Il terzo motivo alla base del ricorso Google si fonda sull’omesso esame del fatto, considerato decisivo per il giudizio, cioè secondo il Google il giudice di primo grado non avrebbe considerato nel merito, l’eccezione pregiudiziale eccepita dall’oggi ricorrente società americana rispetto al mancato deposito o la mera elencazione degli URL su cui l’allora ricorrente R. B. intendeva esercitare il proprio diritto all’oblio.

La decisione della Cassazione del 2021

Ebbene, dopo attenta analisi del procedimento, la Cassazione si è espressa riunendo, per primo, i tre motivi di gravame in un unicum. Il Supremo Consesso accetta il terzo motivo elencato, chiarendo che la disciplina dell’Unione EU recepita dal legislatore nazionale non prevede imposizioni di obblighi di natura invasiva, come il monitoraggio di tutti i contenuti lesivi da parte di Google. Il ricorso pone due questioni di interessante rilevanza: una, sul piano sostanziale, incentrata sulla inesigibilità della condotta del provider consistente nella rimozione, dal motore di ricerca, di contenuti indeterminati; mentre l’altra di sul piano processuale concernente sulla necessità, o meno, di indicare, nell’atto introduttivo del giudizio volto alla deindicizzazione, gli URL dei contenuti di cui si domanda la rimozione per cancellare notizie da Google.

L’attività di Google secondo la Cassazione sul piano sostanziale

I giudici della S.C. chiariscono che Google non debba essere tenuto a predisporre un sistema di filtraggio delle comunicazioni che transitano per i suoi servizi. L’attività di Google, ai sensi dell’art. 13.1 della dir. 2000/31/CE, comprendente l’attività di caching, consiste nella memorizzazione automatica e temporanea di notizie effettuata per rendere maggiormente efficace il successivo inoltro ad altri destinatari a loro richiesta. Tale tipo di attività si differenzia da quella di mere conduit consistente nella trasmissione, su una rete di comunicazione, di informazioni fornite da un destinatario del servizio, o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione; così come si distingue dall’attività di hosting, che si sostanzia nella memorizzazione di informazioni a richiesta di un destinatario del servizio. A norma dell’art. 15 dir. 2000/31/CE gli Stati membri non impongono ai prestatori, come Google, un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano, né tantomeno un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

L’intervento della Corte di Giustizia di Strasburgo

La sentenza della Cassazione, senz’altro ora una pietra miliare della disciplina, rimanda ad una pronuncia della Corte di giustizia del 2010, la quale ha già da tempo chiarito che, laddove il provider non abbia svolto un ruolo attivo atto a conferirgli la conoscenza o il controllo dei dati memorizzati, Google, o qualsiasi altro prestatore, “non possa essere ritenuto responsabile per i dati che egli ha memorizzato su richiesta di un inserzionista, salvo che, essendo venuto a conoscenza della natura illecita di tali dati o di attività di tale inserzionista, abbia omesso di prontamente rimuovere tali dati o di disabilitare l’accesso agli stessi”. Nel 2014, con la sentenza Google Spain, la Corte di Giustizia con un analogo intervento ha teso affermare i medesimi obblighi di intervento anche nel campo del diritto all’oblio. L’obbligo di intervento dell’internet service provider comunque, sia nelle ipotesi di violazione dei diritti di privativa, sia in quei casi in cui venga in rilievo il trattamento dei dati personali, presuppone la precisa conoscenza o quanto meno la sufficiente circoscrizione, da parte dello stesso prestatore di servizi, Google o altri, dei contenuti passibili di rimozione.

Sul piano processuale è necessaria l’indicazione dei contenuti

Sul piano processuale, dice la Cassazione che “l’indicazione dei contenuti di cui è domandata la rimozione è indispensabile in quanto è attraverso tale indicazione che è possibile individuare il petitum mediato della pretesa”. La necessarietà consta anche sotto il profilo della effettiva ingerenza da parte di Google nella rimozione dei contenuti. Ancora, gli Ermellini pongono in essere un’importante questione, affermando che, in ogni caso – come prescrive anche la Corte di Giustizia in diverse pronunce – occorre ricercare l’equilibrio tra l’interesse pubblico ed i diritti fondamentali del singolo, ai sensi degli artt. 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali UE. Ancora viene precisato che i diritti della persona interessata tutelati da tali articoli prevalgono, di norma, sull’interesse degli utenti di internet. Invero, la mancata individuazione delle informazioni, e cioè dei risultati ottenuti attraverso ricerche condotte a partire dal nome della persona, rende indeterminata la domanda anche perché questa deve rappresentare gli elementi fattuali. 

La cassazione con rinvio, i motivi

Orbene, una volta che la cassazione esplica quali e come si estrinsecano i poteri del provider, in questo caso Google, si determina nel modo che segue.  La domanda di deindicizzazione esige la precisa individuazione dei risultati della ricerca che l’attore intende rimuovere, e quindi, normalmente, l’indicazione degli URL, in modo da consentire al gestore del motore di ricerca, di apprestare adeguate e puntuali difese sul punto. Nel caso di specie la domanda di deindicizzazione risultava essere totalmente indeterminata, avendo l’odierno ricorrente richiesto pronunciarsi un ordine di rimozione di “tutti i risultati che appaiono in seguito alla digitazione delle parole Don Roberto B.”. per questi motivi la Cassazione ritiene che la sentenza impugnata debba essere cassata con rinvio al Tribunale di Perugia. 

Conclusioni: la sentenza sulla richiesta di cancellazione di notizie da Google

La cassazione con questa sentenza recentissima crea un precedente di non poco rilievo. La circostanza che il Collegio abbia ritenuto che la sentenza emessa in primo grado dovesse essere cassata con rinvio rispetto alla sanatoria o meno della domanda attorea, enuncia il fatto che Google, sebbene provider di indiscusso potere in rete non ha certamente la facoltà di poter ottemperare ad un lavoro certosino quale rinvenire ed eliminare ogni singola notizia pregiudizievole inerente ad un soggetto determinato, a meno che il soggetto interessato non fornisca egli stesso in maniera precisa e puntuale gli URL eventualmente da rimuovere.

Cyber Lex (https://cyberlex.net/ , tel. 0639754846 , email: info@cyberlex.net, per cancellare notizie dai motori di ricerca.